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DIARIO
DI UNA BIOGRAFIA
di
MariaRosa Milani-Pezzoli
"Il
solo vero ambito della fotografia è quello dell'arte, non
dell'industria o del commercio "
(Gustave Le Gray)
All'inizio
dell'estate ho ricevuto la telefonata di Benedetto Trani: "Devo
parlarti" ha detto" a proposito di una mia Mostra che
verrà presentata in autunno al Rettorato, ti aspetto oggi
a casa mia". L'umidità era insopportabile, era la classica
giornata in cui il disagio fisico rende l'umore non proprio ottimale;
il mio, in particolare, era pessimo. Alle 17 comunque, ero nel suo
confortevole appartamento in Corso Garibaldi e, dopo i convenevoli
e i saluti di rito, gli ho mostrato una mia foto scattata da lui;
avevo quattro anni ed inalberavo un muso imbronciatissimo (io, quella
foto li, proprio non la volevo fare)! Trani ha riso di cuore: "Tu
affermi che è una foto non riuscita - ha detto - io, invece,
la trovo bellissima; c'e gia espresso il tuo carattere volitivo
e ribelle ". Non ho saputo replicare, in fondo aveva ragione
lui, cosi l'ho seguito in cucina dove ha mostrato a me e a Paola
molte fotografie. Erano tutte immagini femminili, e come ha scritto,
in un articolo apparso sul Corriere Adriatico del 4/3/89, Lucilla
Niccolini:
"Non sono fotografie, quelle di Trani, facili da guardare.
Talvolta viene voglia di abbassare lo sguardo, di distaccarsi un
attimo dalla contemplazione di quella pelle vissuta, di quelle espressioni
intense". In un altro passo dello stesso articolo aggiunge:
"...le fotografie di Trani, sfuggendo a qualsiasi oleografia,
rappresentano situazioni o addirittura racconti: sia si tratti di
nudi, di volti, di paesaggi, di scorci, di particolari. L'amore
per le cose, l'amore per la gente lo portano a riprendere solitudini,
abbandoni, estasi, momenti di quiete e tutta una svariata gamma
di stati d'animo... Trani è fotografo del silenzio. Forse
quel silenzio che non abbiamo il coraggio di ascoltare dentro di
noi, dentro gli altri che ci passano accanto".
Il
silenzio e stato rotto da Benedetto Trani che, riposte le fotografie,
mi ha proposto di riordinare il materiale da lui raccolto nel Corso
degli anni (riviste specializzate, articoli di giornali, cataloghi,
note critiche, lettere, ecc.) allo scopo di "ricostruire",
su queste tracce, una sua biografia umana e professionale. Il mio
primo impulso è stato quello di "svignarmela" con
un cortese ma netto rifiuto. "Non sono la persona giusta; non
mi sono mai occupata di questo tipo di lavoro ", gli ho detto
con la massima convinzione. Ma a Benedetto Trani non si riesce,
quasi mai, a dire di no; forse a causa di quel suo modo gentile
e disarmante d'essere insistente o sarà che ad un certo punto
accetti pur di sottrarti a quel suo modo di guardarti strizzando
gli occhi e piegando un po' la testa leonina come se volesse studiarti
sotto tutte le "prospettive".
Ed eccomi ora seduta volonterosamente alla scrivania; ho iniziato
il vaglio di quell'accumulo di carte, ma mi fa uno strano effetto
leggere lettere non indirizzate a me o sfogliare quelle riviste
patinate con le pubblicità che mi ricordano il Carosello
della mia infanzia. Non si può eseguire un lavoro meccanicamente
o asetticamente, le riflessioni sorgono spontanee.
Succede dunque quasi sempre: ad intervalli più o meno regolari
ci si sorprende a fare il punto sulla nostra immagine professionale
o semplicemente sul nostro tempo vissuto. Del tempo perduto si finisce
comunque con l'andare alla ricerca. Cio e vero ancor prima di Proust.
Quale
valore diamo dunque al tempo? Un apologo del predicatore duecentesco,
il domenicano Giacomo da Rivalta, descrive la ressa che si verrebbe
a creare fra le povere anime condannate se, alla soglia dell'inferno,
apparisse un venditore che spacciasse cartoncini di tempo. Un attimo
di tempo! Del tempo possiamo disporre come meglio crediamo fuorché
imitare l'atto di onnipotenza e di autocondanna del dottor Faust
e intimare all'istante che fugge: "Arrestati, sei bello! ".
Ma ciò non è del tutto vero, almeno per un fotografo;
istantanea non ha forse la sua matrice etimologica in istante?
Benedetto Trani di istanti unici e fuggevoli ne ha "immortalati"
molti, la fotografia, infatti, è nel suo DNA, un'eredità
familiare. Lo testimonia la mitica Rodenstock del 1898, un apparecchio
a cassa di legno che invece del pulsante per il clic ha una specie
di grilletto, acquistata da suo padre nel 1905, e che oggi fa bella
mostra di se nel suo salotto. Suo padre Nicola (classe 1885), disegnatore,
mise da padre pennello e matita per passare alla macchina fotografica.
"Mio padre" mi ha detto Trani "vestiva sempre di
blu, la camicia bianca dal colletto rigido era sempre impeccabile.
Talvolta, ma era una mia idea, pensavo che preferisse mio fratello
Ennio a me visto che lui era studiosissimo ed è diventato
un affermato avvocato. Vive a Roma e, anche oggi che è in
pensione, continua a stare chino e a consultare i suoi codici...
Io, invece, di studiare non ho mai avuto troppa voglia, quando potevo
mi mettevo la macchina fotografica a tracolla e andavo a zonzo,
soprattutto in campagna, più di ogni cosa amavo riprendere
la vita dei contadini. Ricordo che al tramonto, quando lasciavano
il lavoro dei campi e tornavano al paese, prima di andare a cosa,
si riunivano in piazza; dovevano aspettare il padrone, o chi per
lui, per avere assegnato il lavoro per il giorno dopo. Gli zappatori
prendevano 10 lire il giorno, io ero piccolo eppure intuivo quanto
amaro e duro fosse per loro guadagnarsi il pane... " Lo sfondo
di questa realtà che emerge dai ricordi dell'infanzia a Fondi,
cittadina laziale in provincia di Latina, dove Benedetto Trani è
nato nel 1919, il 27 febbraio, e dove gli amici di allora lo chiamano
Tittino.
Questo
paesaggio, celebrato da molti letterati e artisti come Goethe che,
nel suo Italianich Reis, sofferma lo sguardo ammirato su questo
"angolo di terra fertile e ben coltivata, racchiuso da montagne
non troppo aspre " che "non può non sorridere a
chiunque lo percorra... ", e il clima familiare sono stati
l'humus in cui si è radicata e sviluppata la sua sensibilità
fotografica. Sensibilità e talento che Trani, grazie anche
ad una certa temerarietà che distingue il suo carattere,
non ha tardato a mostrare pubblicamente visto che a l6 anni partecipa
ai "Ludi juvenilis" della cultura e dell'arte dove si
distingue con una valida serie di fotografie. Comincia cosi un cammino
che permette a Benedetto Trani di inserirsi naturalmente, e bene,
nell'elenco dei molti personaggi di talento nati a Fondi: basta
ricordare il pittore Domenico Purificato, il regista cinematografico
Giuseppe De Santis e il poeta Libero De Libero.
L'artista non può rinunciare alla realtà, all'esperienza,
alla storia.
"... Non fatevi illusioni " dice Lucienne Febre "
l'uomo comune non conserva il passato nella sua memoria come i ghiacci
del nord hanno conservato i mammuth millenari, non ricorda il passato:
lo ricostruisce sempre ". Per ricostruire e informare sono
necessarie testimonianze, documenti, prove, la fotografia si è
dimostrata un costante e valido supporto alla memoria; fissare volti,
immagini, avvenimenti e luoghi e fare storia È registrato
nel tessuto stesso delle parole: foto-grafia significa letteralmente
"scrittura della luce" quindi descrizione delle cose per
mezzo della luce, e storiografia significa invece descrizione delle
cose per mezzo della ricostruzione dei fatti. Fare storia poi, è
una scelta e Benedetto Trani ha scelto, giovanissimo, di diventate
corrispondente del "Messaggero" di Roma per la provincia
di Latina. Non è dunque un caso che, nel 1940 allo scoppio
della guerra, venga inviato a Tripoli e quindi oltre il confine
egiziano, come corrispondente della specifica Sezione Fotografica
del Comando Africa Settentrionale.
Pagine di vita intense e formative quelle che lo vedono seguire
le truppe italiane nelle fasi alterne della seconda guerra mondiale
in suolo africano. Durante le fasi del secondo ripiegamento delle
nostre truppe a Bengasi, Benedetto Trani realizza documenti fotografici
di cosi grande efficacia e suggestione che il regista Augusto Genina
ne trarrà spunto per descrivere ambienti e luoghi nel girare
il film "Bengasi". Questa pellicola, presentata a Venezia
nel 1942, ottenne la Coppa Mussolini come migliore film italiano
e Fosco Giachetti, che ne era interprete con Amedeo Nazzan, vinse
la Coppa Volpi come migliore attore.
Quando
Tripoli cade Trani riesce, grazie al conterraneo Fulvio Del Trono,
a salire fortunosamente su un aereo da trasporto e raggiungere Roma
dove continua il suo servizio presso la Compagnia Fotografi nella
Caserma "Monte Mario". Qui lo sorprende l' 8 settembre
1943. Raggiunta la famiglia sfollata a Lenola, assiste e documenta
i massicci bombardamenti angloamericani, l'invasione delle truppe
marocchine e l'arrivo dell'esercito alleato.
La guerra è finita. Trani lascia, come dice un verso di De
Libero, "quel lembo di ciociaria che volge al mare ",
non ha un progetto preciso di futuro; ha però la sua macchina
fotografica.
Nel suo destino c'è Ancona che raggiunge nel 1945 dopo un
tortuoso viaggio di tre giorni su un vecchio camion. All'epoca,
alle Poste Centrali, c'era il circolo ricreativo dei combattenti
inglesi e l'appalto per far loro delle foto lo aveva preso Ivo Meldolesi,
giornalista e fotoreporter anconetano che lavorava a Roma e che
con Benedetto Trani era stato in Africa. Sapeva bene Ivo quanto
valesse Benedetto e, aperto opportunamente un laboratorio in Corso
Garibaldi, si avvale della sua collaborazione.
Benedetto Trani si stabilisce a Senigallia, ma per poco; Ancona
gli è entrata nel sangue, diventa non solo sede d' incontro
professionale ma il "locus amenus" della sua arte fotografica,
adagiata com'è tra cielo e mare. Apre il primo studio in
via Frediani, siamo nel 1946, l'anno seguente quello storico in
via Giannelli, angolo Viale della Vittoria, dove lavora fino al
1972. Da quel 1946 in Ancona Trani ha fotografato tutto e tutti.
La mattina del 10 luglio, alle 10, ricevo un'altra telefonata di
Benedetto Trani che, preoccupato del mio silenzio, mi domanda se
ho dunque preso in seria considerazione la sua proposta e posto
mano al materiale che mi ha affidato? "Si " ho risposto
"sto viaggiando avanti e indietro tra i tuoi ricordi, e cerco
di dare al materiale un ordine cronologico e ricomporre il tutto
in un mosaico leggibile... " Mi è sembrato soddisfatto
della risposta ricevuta, anzi, ha aggiunto che quella era una buona
giornata visto che aveva trovato un delizioso appartamento per la
figlia Tiziana che aveva espresso, il desiderio di tornare ad abitare
ad Ancona. Dopo una breve pausa Trani ha ripreso a parlare in un
tono sommesso, era come stesse parlando tra sé e sé:
". . . proprio in Piazza Don Minzoni dove ho abitato con mia
moglie... Rivedere, come quando c'era lei, la vita che si svolge
sulla piazza e nelle vie contigue... un'emozione... " L'emozione
me l'hai data tu Benedetto, vorrei poter riprodurre la tenerezza
e l'amore e la nostalgia che c'erano nella tua voce. La conferma
di questi sentimenti, cos! rari da carpire, l'ho avuta nel leggere
un commento critico di Stefania Zambon che viene colpito da un particolare
della tua casa:
"...Al primo impatto lo si considera un appartamento normale,
ma tornandoci ci si accorge che è molto statico, fermo nel
passato. Il pianoforte della moglie e in attesa, come se sperasse
di vibrare di quella forza antica, trasmessa da quelle mani tanto
amate, e poi c'è una sedia anche quella aspetta qualcuno,
dunque staticità ed attesa..."
Era
il millenovecentoquarantasette, quando, nella chiesa del Sacro Cuore,
Benedetto Trani sposa Anna Maria Perfetti. Le nozze le aveva celebrate
padre Bernardino, figura indimenticabile di pastore per la gente
di Ancona, e il testimone lo aveva fatto il grande xilografo Bruno
da Osimo.
Quando si scrive sulla vita di una persona, si vorrebbe sempre poter
narrare vicende "straordinarie", come se ci si vergognasse
del vissuto ordinano. Ma non si riflette abbastanza sul fatto che
tutti noi siamo "nel", ma non tutti e non sempre "del"
nostro tempo. La macchina del tempo, in fondo, ciascuno di noi la
può inforcare ad ogni momento: e si è uomini del XX
secolo quando viaggiamo sul jet ma si può regredire magari
al Cinquecento quando pensiamo al nostro "particulare",
o essere uomini del Medioevo quando preghiamo e uomini dell'età
della pietra quando perdiamo la pazienza... o ameremmo esserlo,
se considerazioni di razionalità cartesiana e di misura illuministiche
non consigliassero la calma. Benedetto Trani, per se, ha scelto
l'epopea pionieristica cercando nuove frontiere e perlustrando,
tra i primi in Italia, le possibilità della fotografia a
colori.
Risale al 1956 la sua prima foto a colori
stampata su carta Colorsprint; ritrae una ballerina del varietà,
ripresa dietro le quinte del Teatro Goldoni mentre si aggiusta le
calze a rete.
Da vero ricercatore non si è limitato alla fotografia, la
sua curiosità, il suo desiderio di conoscere lo hanno portato
ad esplorare altri territori, infatti, a cavallo tra gli anni '50
e '60, Trani ha girato un film, a 16 millimetri, "Dalle tenebre
alla luce ", la storia è ambientata a Portonovo, altro
luogo dell'anima che Trani ha eletto a suo rifugio estivo da moltissimi
anni. Questo film conquistò la medaglia d'oro nella Rassegna
Cinematografica di Rapallo. Dopo il film è la volta di un
documentario in tecnicolor che si svolge ad Ancona e in cui compare
un'ancora sconosciuta Virna Lisi. Anche la pittura ha fatto parte
del suo percorso formativo e artistico. "Per anni pittura e
fotografia sono entrati in conflitto tra loro" mi ha detto
Trani"' oggi credo che finalmente si sia capito che il pittore
crea l'universo, mentre il fotografo lo scopre. Non sono due arti
in competizione, al contrario ".
Il 6 giugno 1959, la presentazione della sua prima importante Mostra
di foto a colori organizzata dal Foto Club Pescara a Palazzo Pomponi,
è una data determinante nel suo iter artistico e professionale.
Questo il commento di Giuseppe Cavalli sulla rivista mensile di
fotografia e cinematografia "Ferrania":
"Sono arrivato di mattina, l'altro ieri, a Pescara, per
il vento impetuoso di primavera nuvole grigie o candide correvano
nell'azzurro, sono arrivato per vedere tre Mostre: Donzelli e Robino
esponevano in bianco e nero: Benedetto Trani in stampe Ferraniacolor:
mi incuriosivano queste ultime, perché sapevo che ad alcune
l'autore attribuiva un valore sperimentale, erano tentativi di trasformazione
e a mio parere, ciò voleva dire molto. Non si trattava di
riprodurre, tout-court, quello che l'occhio nostro vede, meccanicamente,
come l'occhio di un bue o di un cavallo, senza far scattare dentro
di noi l' emozione per la bellezza dell'immagine, si desiderava,
ambiziosamente, di più: riuscire a trasmettere l'emozione
degli altri. Che è il programma massimo, ed è un programma
difficile con il colore, forse più che con una fotografia
normale; questa riproducendo la natura sulla scala dei grigi, quello
no. Di conseguenza, mentre, già in partenza, il bianco e
nero trasforma le cose, consentendoci cosi il primo passo verso
un'interpretazione, il colore, invece, ce lo offre come appaiono
ai nostri occhi: rosse, gialle, ecc.; e svincolandosi dalla cronaca
dovrebbe essere più maneggevole. Ero ansioso di vedere se
le prove pazienti di Trani, buon conoscitore della Ferraniacolor,
avevano raggiunto risultati concreti e soprattutto, quali mezzi
tecnici erano stati adoperati allo scopo. Lo stesso traguardo della
trasformazione dei colori è fine a cui tendono diversi fotografi,
provando pellicole di marche diverse, a volte felicemente, come
è noto, a volte meno. (Non possiamo ottenere una trasformazione
del reale senza l'aiuto della fantasia e la fantasia in arte c'è
sempre: per questo è utile, appunto, non perdere di vista
quel traguardo).
L'appassionato di Ancona poteva aggiungere, per cosi dire altre
parole al vocabolario che giA conoscevo? Al mio vocabolario, concludo
dopo aver visto attentamente queste foto, le ha aggiunte".
Nello stesso articolo pero, Giuseppe Cavalli registra alcune note
diaristiche che, in modo esilarante e simpatico, tracciano un incisivo
ritratto umano di Benedetto Trani:
"In Abruzzo ero nell'andata con lo stesso Trani, il quale
guida la macchina piuttosto sportivamente. Fatto sta che l'ago del
tachimetro danzava sempre sopra i cento. Ed io dissi che, a mio
giudizio, doveva essere un ottimo foto reporter. "Da che cosa
lo vede?" domando lui, forse compiaciuto. "Perché
lei ha i riflessi pronti." Ahimé, il giovane appassionato
della fotografia, ed anche del volante, non capì quel velato
invito e continuo ad andare a rotta di collo, fino a quando (sia
benedetto il comune amore dell'immagine) gli gridai improvvisamente
di fermarsi, perché c'era lì un bel paesaggio "forte
e gentile" che aspettava solo di essere fissato sulla pellicola.
Così, nei pressi di Pescara, scendemmo, incolumi, ai piedi
di una collina, aprimmo le borse delle macchine fotografiche, e
dopo un minuto, dalla strada, vedevo l'agile professionista arrampicarsi
per la campagna, veloce ma a piedi, ormai era una macchiolina bianca
e lontana..."
Trani difficilmente si racconta e ancor più difficilmente
palesa la malinconia che talvolta filtra dal suo sguardo e che probabilmente
gli è compagna dall'età di sei anni, quando perse
la madre. Un pomeriggio però, a Portonovo mentre parlavamo
piacevolmente nella veranda, gli è affiorato il ricordo di
quando ragazzino la sera andava oltre il Castello di Fondi, la dove
le case finivano, per "piangere alla luna". È forse
anche per questo che Trani realizza uno dei capitoli di forse più
intensa ricerca interiore quando, come dice Valeria Dentamaro:
"Svela la donna nella sua interiorità vissuta: dolorosamente
donna matura, intensamente sensuale e passionale, nella sua nudità
mai volgare, ma semmai "cantata" nell'immagine come poesia,
in un gioco di bianco e nero, a significare più marcatamente
!'anima e il corpo".
Trani ha ritratto donne di ogni età e di ogni bellezza
che rivelano le tracce indelebili lasciate nel suo animo dalla madre,
dalla moglie, forse dalla leggendaria Giulia Gonzaga, Contessa di
Fondi, e dalla donna del sogno... Non è dunque un caso, io
credo, che Benedetto Trani approdi con "La donna e il sogno
" su Internet nel 1996 In questa esposizione su web protagonista
è l' immagine femminile che viene esplorata attraverso due
diversi itinerari. Il primo percorso "Il sogno della mia adolescenza"
è formato da una serie d'icone che prendono corpo da un sogno
e rappresentano il passaggio dall'adolescenza all'età adulta.
La seconda galleria "La donna, situazioni e sensazioni"
è costituita da una serie di ritratti che, come scrive a
proposito la nostra comune e preziosa amica, la poetessa Cristina
di Lagopesole, rappresentano:
"Donne quale télos, tramite d'assoluto. Torna in
mente Beatrice e la visio divina, Laura in Valchiusa; rivive Delvaux
con le sue donne; appare Bresson con le drammatiche ombre. Donna-vita,
grappolo di generazioni, liquida sostanza, madre sempiterna. Donna
nel suo essere profondo, nella sua ampiezza e complessità
nel suo uno-duale e pienezza comunionale, nel suo essere amore.
Amore sostanziale e peculiare, fondante che rinnova la vita. Donne
di ogni eta esaltate nella loro oblavità, chiamate a donare
bellezza, a generare, nutrire, accarezzare, a salvare eticamente
il mondo."
A questo punto sarebbe mio dovere annotare tutte le tappe della
sua attività professionale ed artistica che lo hanno portato,
con mostre personali e collettive, in tutta Italia e fare l'elenco
di tutti i premi e i riconoscimenti conseguiti, ma lo ritengo superfluo,
tristemente commemorativo o quanto meno noioso.
Ha ancora molto, Benedetto Trani, da dire e da fare poiché
è un uomo magico, perennemente proiettato verso il futuro.
E questo progetto di futuro gliel'ho visto brillare negli occhi
quando mi ha parlato della sua esperienza di docente nel Corso di
fotografia all'Università della terza età. Il suo
innato entusiasmo esce rinvigorito dal contato con i suoi "ragazzi"
che da tre anni seguono le sue lezioni con una partecipazione e
un'attenzione intensissime e con la soddisfazione di aver allestito
tre mostre fotografiche che hanno suscitato l'entusiastico consenso
della città. Il presente è, per lo più, lo
specchio magico e oscuro del passato, e chiunque faccia del mondo
della ricerca e dell'arte la sua trincea non può evitare
di trovarsi prima o poi- per schivo che sia- in prima linea. Da
questo avamposto oggi Trani, divenuto Maestro, ha l'opportunità
e la gioia di trasmettere il suo sapere e la sua esperienza ad altri.
Personalmente, Maestro Trani, La devo ringraziare; fare la sua conoscenza
un po' più da presso è stato un grande onore.
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